Un Museo a cielo aperto per Palazzolo Acreide e il suo territorio

U scuparu (Lo scopaio)

“..le curine, una volta raccolte, si mettono a seccare per un paio di mesi, per evitare che la scopa si possa allascari e conseguentemente si allenta l’incordatura. Le palmette esterne, scupazzi, prima di lavorarle, si mettono a mollo per un giorno per renderle meglio maneggevoli, meno iaspri (coriacee)”

A Palazzolo la chiamavano a Calabrisa.  Andava in giro con un grande fazzoletto di colore marrone sulla testa annodato dietro la nuca vendendo scope di curina1 di casa in casa. Era la signora Middea Francesca, nata a Fuscaldo (CS) nel 1886. Il marito a prima vista assomigliava sorprendentemente  a Pietro Micca; era assai basso di statura, ma accanto a lei sembrava, se possibile, ancora più basso.

Lei era alta, magra, con una gonna lunga fino ai piedi; si portava dietro un enorme ruotone di scope, tenute insieme da un robusto trecciolo. “o pigliativi i scupe” era questa la sua inconfondibile vanniata che, in un composto di inflessioni siculo-calabre, tutte la mattine si diffondeva per vicoli e strade. La sua voce e la sua figura vagamente ieratica si rivelavano familiari a tutti quelli che erano abituati a vederla e a sentirla con periodica frequenza.

Il marito era addetto a raccogliere le curine e poi in collaborazione con la moglie confezionava le scope. La donna aveva il compito di vendere il prodotto finito.

Le scope si vendevano solo in paese; il contadino, autosufficiente per necessità e vocazione, difficilmente rientrava fra i clienti dello scuparu. Don Stefano, durante la stagione estiva, si recava in contrada Tatatàusi o presso le coste di Castelluccio e raccoglieva a piene mani la materia prima; queste due contrade difatti erano invase da migliaia di cespi di palme nane, che, come si sa, crescono allo stato spontaneo e si moltiplicano con estrema rapidità.

Le curine, una volta raccolte, si mettono a seccare per un paio di mesi, per evitare che la scopa si possa allascari e conseguentemente si allenta l’incordatura. Le palmette esterne, scupazzi, prima di lavorarle, si mettono a mollo per un giorno per renderle meglio maneggevoli, meno iaspri (coriacee).

Si prepara una corda della lunghezza di circa due metri. In uno dei due capi si fa un nodo ad occhiello e si infila nella cintura dei pantaloni; all’altro capo si fa un nodo scorsoio che si va ad infilare nella punta del piede: farà da tirante durante la fase di ancoraggio delle quindici assistate: “…ai movimenti delle mani sono coordinati quelli del corpo (…) Parti del corpo come le braccia, il capo, il palmo delle mani o il cinto costituiscono spesso unità di misura e la stessa bocca e i piedi sono chiamati ad esercitare funzione di prensione e di trazione”

Si prendono tre palmette per volta (quelle non ancora completamente aperte sono le migliori) e con un coltello si riduce a 8 cm circa il picciolo, avendo cura di lasciare una porzione di pellicola lunga 4 cm. Si sovrappongono l’una sull’altra trattenute dalle code piegate su se stesse e quindi si legano saldamente alla corda, incominciando proprio sotto la cintura. Appena le assistate sono state ancorate tutte e quindici, si sgancia il cappio dal piede e il rimanente della corda si avvolge con forza attorno al picciolo delle stesse, nel frattempo disposte a cerchio, come attorno ad un ipotetico asse. Il buco che ne viene fuori è la sede naturale in cui sarà inserito il manico della scopa.

Si passa quindi alla seconda fase che è quella finale e che consiste nel legare, prima separatamente e poi tutti assieme, tre gruppi di cinque mazzuneddi ciascuno.

Questa operazione richiede molta abilità e perizia, perchè una legatura difettosa segnerebbe anzitempo la fine della scopa. Ma tant’è, il destino della vecchia scopa di curina è già segnato da tempo, la civiltà di oggi è anche la civiltà della scopa “Pippo” di fibre sintetiche e colorate, fatta per le ceramiche più pregiate e i cotti più raffinati. Rimane ancora attuale (ma forse inspiegabile per i più giovani) il vecchio detto “scupa nova tutta scrusciu” riferito proprio alla scopa di curina, la quale, le prime volte che si usava a causa delle sue palmette coriacee e ancora integre produceva più fruscìo che lavoro. Lo stesso detto viene rivolto a quelle persone che, investite di un nuovo incarico, prese dall’euforia e dell’autoreferenzialità in un primo momento sembrano voler fare sfracelli ma poi a poco a poco si acquietano.

CAMMINO, settimanale diocesano di informazione e di opinione 27.10.1991