Un Museo a cielo aperto per Palazzolo Acreide e il suo territorio

Quando i morti portavano i doni

Finita la favola “re cosi re muorti”, oggi va di moda la notte di Halloween

Nel Sud, la tradizione popolare voleva che nella notte fra il 1° e il 2 novembre i morti ritornassero in processione sulla terra per portare doni ai bambini.

E  allora, una settimana prima di questa ricorrenza i negozi si riempivano straordinariamente di giocattoli e i banconi e le vetrine dei dolcieri, come per incanto, si coloravano di frutta martorana di tutte le qualità e di tutte le stagioni, sistemata in grandi vassoi o in cestini di vimini, sigillati con carta cellophane e con il fondo imbottito di pagliuzze colorate. Nessun bambino, veniva mai sfiorato dal dubbio che tutta quella dovizia potesse avere in qualche modo relazione con la festa dei morti e che poi, miracolosamente, andava a finire in tutte le case dove c’erano marmocchi fino ai sette-otto anni. Tutto questo, più o meno, ancora fino ad un paio di decenni fa. 

L’attesa

La notte dell’attesa era una notte di trepidazione. Prima di andare a letto si recitavano il Padre Nostro e le “cose di Dio” con il massimo fervore. Di prima notte si dormiva con un solo occhio e con l’altro, che fuoriusciva dalle coperte, si cercava di sbirciare per tentare di vederli senza essere visti; perchè, guai se i morti si accorgevano che eri sveglio e li osservavi di nascosto, ti avrebbero fatto il solletico ai piedi e se ne sarebbero andati via riportando con sè tutto quanto era stato loro chiesto tramite i genitori, portavoce ufficiali di tutte le richieste filiali.

Poi, con gli occhi ben chiusi e non senza patemi e paure, si cadeva in un sonno profondo fino a quando l’indomani mattina si era svegliati da quei ragazzini più mattinieri che, già sulla strada, avevano il loro gran daffare con pistole a ripetizione, automobiline telecomandate, trenini, bambole parlanti e camminanti, Ciccibelli e biciclette e, prima ancora, con carrettini, bambole di paglia di segatura, cucine, automobiline a molla, fucili a tappo, spade e Ciccupeppi. Era un incrociarsi di gioie, di invidie e anche di mortificazioni.

I doni

I cosi re muorti di solito venivano messi in ambienti il più lontano possibile dalla stanza dove i bambini dormivano o in posti poco frequentati, dentro ceste, scatole o anche dentro le scarpe, quest’ultime collocate sul davanzale della finestra o sulla soglia della porta. Questa alternativa, di solito, era quella scelta dai defunti (e dai vivi!) che facevano parte della categoria dei meno abbienti, com’è attestato, Da P. Giacinto Farina nella sua “Selva” del 1864: “Ognissanti. Nel ceto basso vi è l’uso dei Maccaroni colle noci. Al dimani le scarpe alle finestre”. Notizia suffragata poi dallo stesso Pitrè e riferita ad altri centri siciliani, che, nel 1881, scrive “… i morti non sempre entrano nelle case, ma lasciano il dono alle porte e alle finestre, per lo più entro le scarpe se i bambini appartengono al basso popolo …”.

Era veramente una grande gioia, dopo una insistente e affannosa ricognizione, trovare sul canterano o sul tavolo del soggiorno o in qualsiasi altro posto quanto era stato a suo tempo richiesto. Ma non sempre le richieste venivano esaudite con matematica certezza, specie nelle famiglie più povere: forse perchè i genitori non riuscivano a comunicare in tempo con i cari defunti; allora questi si regolavano di testa loro, lasciando, a posto del trenino o del cavallo a dondolo di cartapesta o della batteria completa da cucina, qualche regalo più modesto, corredato, però, abbondantemente, da mostarde, cotognate, fichi secchi, noci, melagrane, noccioline, e se andava bene, anche qualche frutta martorana.

Era bello crederci e illudersi. Poi arrivava il momento della grande delusione: immancabilmente trovavi sempre un compagno più grande che ti scannaliava e ti prendeva per cretino perchè ancora credevi a quella favola, buona solo per i creduloni. Oppure, trovavi qualcun altro che ti sussurrava all’orecchio a mo’ di sfottò, ma anche per “cantartela”, il seguente ritornello: “I patri accàttunu/i mammi ammùcciunu/ i figghi tròunu./I Muorti è a festa ‘re vivi/’re vivi c’hanu i picciuli”. Fine della favola!

In Sicilia e nel Sud, tuttavia questa tradizione fino a qualche anno fa è continuata anche se con modalità diverse. I genitori, in memoria dei cari defunti, qualche giorno prima della ricorrenza, senza più avvalersi del tradizionale sotterfugio, assieme ai loro piccoli, si recavano presso i negozi dei giocattoli, e “dal vivo” facevano scegliere a loro stessi l’oggetto del desiderio. Contenti i bambini e contenti papà e mamma.

E’ arrivata halloween

Anche questa fase di transizione è finita e con essa finisce per i bambini e per i genitori la bella favola siciliana, re cosi re muorti. Ora pure da noi, in Sicilia, è arrivata Halloween,la festa di origine celtica della notte della vigilia di Ognissanti, importata dall’Irlanda negli Stati Uniti e da qui diffusa nel resto del mondo.

Ragazzi e bambini, a gruppi, mascherati e imbrattati, reiterando una tradizione che non ci appartiene ma che rientra anch’essa nel dilagante fenomeno della globalizzazione, la sera del 31 girano per le nostre strade e suonano alle porte cercando di mettere paura (a Gardaland, addirittura, per celebrare Halloween, ogni anno si organizza una “tre giorni” dell’horror con streghe volanti, pipistrelli, spaventapasseri giganti, vampiri, e naturalmente tantissime zucche di tutte le dimensioni) o fare scherzi a chi risponde loro. E’ la stessa messinscena interpretata dai bambini del Regno Unito e d’oltre Oceano, i quali nella stessa sera si travestono da streghe, gatti neri, scheletri e fantasmi e vanno di casa in casa gridando “Doni o guai! Doni o guai!” e chiedendo dolci, frutta o denaro: in cambio dei doni, dei “biscotti spettrali” e dei “panini paurosi” promettono di non fare scherzi.

In origine, in occasione di questa ricorrenza venivano accesi enormi fuochi e ci si travestiva per esorcizzare le streghe e gli spiriti maligni, che, secondo la credenza popolare, si riteneva vagassero sulla terra; nel frattempo venivano esposte cibo e lanterne per celebrare i defunti che nella notte sarebbero ritornati ad incontrare i propri cari (Halloween significa infatti “Veglia di tutte le anime”) presso le loro case terrene.

La zucca illuminata è il simbolo più famoso di Halloween e ricorda la lanterna di Jack. All’origine di questa celebre usanza c’è la leggenda irlandese di Jack, un avaro ubriacone che dopo morto per la sua condotta di vita non fu accolto né in paradiso, né all’inferno, né in nessun altro luogo, e fu condannato a vagare nell’oscurità con la sua lanterna ricavata da una rapa (in America fu poi sostituita dalla zucca). Fu chiamato per questo Jack O’ Lantern (Jack dalla lanterna) e divenne così il simbolo delle anime dannate che vagano la notte di Halloween. In ricordo di questa leggenda si usa svuotare e intagliare delle zucche in guisa di facce grottesche accendendo una candela al loro interno.

Il Corriere degli Iblei, ottobre 2004


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