Un Museo a cielo aperto per Palazzolo Acreide e il suo territorio

Piazza del Popolo: cuore e luogo della memoria di Palazzolo

piazza del popolo

…mai una lite, una volgarità ch’io abbia visto: gente dritta, dignitosa, “luogo” dove si parla, ci si confronta civilmente… 

PALAZZOLO. L’agorà, con tutt’intorno gli edifici pubblici più rappresentativi, era la piazza principale delle polis greche: lì avevano luogo le assemblee e gli incontri dei cittadini. L’agorà di Akrai, L. Bernabò Brea la individua verosimilmente ad Ovest del Teatro greco nei pressi del bouleuterion “chè sulla piazza, centro della vita cittadina, trovava normalmente posto il bouleuterion” (L. Bernabò Brea, 1956). 

Distrutta Akrai dagli Arabi nell’827, la città rinacque agli albori del basso medioevo con un nome nuovo, Balansùl per l’arabo Edrisi, Palatiolum per il re normanno Guglielmo, diventato poi Palazzolo e infine Palazzolo Acreide nel 1862. La Palazzolo Medievale si sviluppò su un contrafforte, in basso, verso Nord- Est, sottostante l’antica Acre. La nuova agorà-piazza, prese il nome di Piazza degli Uffici, piazza Archimede (Le cento città  d’Italia, 1900), per diventare infine piazza Umberto I. Di solito era ed è conosciuta come Piazza di Sotto.  

Verso la prima metà del Cinquecento il centro urbano tese a spostarsi in un sito più alto, a metà strada tra l’Acremonte e i vecchi quartieri vicini al castello. E’ dopo il terremoto del 1693, tuttavia, quando Palazzolo “tutta cascò” che ”si pensò da’ paesani di reedificare tutto l’abitato nella parte di sopra”. Qui nacque il nuovo centro cittadino e quindi la terza “agorà”, comunemente conosciuta come piano della Badia – su di essa si affacciava il lato est del Monastero Benedettino – o Piazza di Sopra (o Superiore), oggi Piazza del Popolo (comunemente detta di S. Sebastiano). Anche qui, come in piazza Umberto cresceva un secolare albero di bagolaro che fu sradicato dalla disastrosa tromba d’aria del 24 ottobre 1872: Cadiu la favaragghiu Ed ammazzau alcuni. Dall’autu na campana Ristau a pinnuliuni.

Ceduto il monastero al Comune nel 1898, il sito venne utilizzato in parte per la costruzione del Palazzo Municipale e in parte per ingrandire il piano. Negli anni ’50 si procedette all’allineamento del segmento Piazza – via Carlo Alberto di fronte al lato Nord del Municipio con l’arretramento di due prospetti che facevano angolo con via Bando e in seguito di un altro ad angolo di via Duca D’Aosta. Nella seconda metà degli anni ’90 la piazza è stata ripavimentata e sottoposta ad un restyling oggetto di feroci critiche: eliminando il tratto viario sotto il prospetto principale del Palazzo comunale, la piazza ha perduto la sua originaria forma trapezoidale e geometricamente è rimasta indefinibile.

PIAZZA DEL POPOLO

La Piazza, quindi, come luogo centrale e insostituibile per incontrarsi, per discutere, per contrattare. Luogo della socialità, “ritrovo” di primo mattino soprattutto per gli uomini meno giovani che tacitamente poi si ritrovano nel pomeriggio o la sera.  “…Piazza del Popolo: mai una lite, una volgarità ch’io abbia visto: gente dritta, dignitosa, “luogo” dove si parla, ci si confronta civilmente, vecchi e giovani, ma uomini, che le ragazze vanno al Corso…” (G. Rovella). I conversari sono i soliti: la mancanza di lavoro, il governo, il sindaco, gli ultimi fatti di cronaca, i morti, i matrimoni, il tempo che passa, quello meteorologico, da dove soffia il vento oggi, vientu in ‘ncapu, vientu i sutta, la malannata, chè una buona percentuale di frequentatori è composta di vecchi nostalgici contadini.

Piazza del Popolo è dunque il palcoscenico naturale di questo teatro spontaneo, senza canovaccio, che è la vita di relazione, dove a far da quinte sono “…la Chiesa di S. Sebastiano, settecento: una facciata che è una narrazione fitta, dolce, d’un grigio-argento rassicurante, protettivo; ma che arde tutta il 10 agosto…; il Palazzo Comunale eclettico edificio classicheggiante: ma largo, imponente, con due arcate laterali (portici) abbastanza festose, accoglienti…” (G. Rovella) e le varie case palazzate che su di essa si affacciano.

A Palazzolo, la Piazza per antonomasia era ed è appannaggio quasi esclusivamente maschile: qui, gli uomini, con una semplice stretta di mano, concludevano gli affari. Ma Piazza del Popolo, soprattutto, si porta dietro il retaggio di quando essa era luogo della contrattazione e del reclutamento della mano d’opera artigianale e contadina. Qui, per questioni di lavoro, si davano appuntamento operai, capimastri e monovali; qui avveniva l’ingaggio dei lavoratori della campagna, iurnatari, misaluori, adduvati ad anno. Per questi ultimi la contrattazione era fissata per il giorno di San Ciliu (S. Egidio): “…nel primo settembre di ogni anno i nostri villici si portano alla Piazza di Sopra e s’impiegano con i padroni per tutto l’anno…”.

La facciata Est del Municipio, cioè il prospetto centrale su cui troneggia lo stemma comunale di pietra con l’aquila monocipite, ha fatto e fa da testimone e da sfondo a tutti gli eventi più o meno importanti, celebrazioni, inaugurazioni, commemorazioni, che, a poco a poco, con il passare del tempo, vanno a far parte della storia di Palazzolo.

In questa facciata, sotto la lapide che ricorda i palazzolesi caduti nella Grande Guerra, ogni anno il 4 novembre viene deposta una corona d’alloro. Per la stessa occasione, un tempo si vedevano picchetti d’onore, palchetti con autorità, bande musicali, sfilate militari, scolari compostamente in fila.

Ed è sotto questa lapide, o stravientu, che, nelle giornate d’inverno, ventose, o minaccianti limpiciati, si piazzano per chiacchierare i soliti tre, quattro amici, imperterriti, con il volto affossato nei baveri e le mani infilate fin nel fondo delle tasche. Nello stesso posto, fino al 1977, si svolgeva u Cummitu in onore della Madonna Odigitria.

Ad un passo da questa lapide partiva la corriera “pantegana” di Salvatore Lissandrello, quando, dismessa nel 1956 la ferrovia a scartamento ridotto, si assunse l’onere di collegare i piccoli centri orbitanti attorno a Monte Lauro. Sempre da qui partivano i bus per Siracusa che effettuavano il servizio sostitutivo della ferrovia. Dalla parte opposta, quasi di fronte al caffè Sicilia, si partiva invece, previa prenotazione serale dei posti, per Catania. Il servizio era affidato agli autobus dei fratelli Golino. 

I balconi di Piazza del Popolo sono diventati tribune naturali per i comizi elettorali, per gli appassionati duelli verbali dei candidati locali alle Amministrative e alle Regionali. In quell’epopea la piazza era sempre nera e compatta come un formicaio, anche la scalinata della chiesa era gremita. Ogni partito aveva i suoi balconi, i suoi altoparlanti, i suoi inni di battaglia (Bianco fiore, Avanti popolo, Bella ciao). Sui balconi della famiglia Cassarino addirittura il 10 agosto di qualche anno fa fece un blitz una banda di Bersaglieri per omaggiare S. Sebastiano a suon di marcette.

Per le feste, appunto, e nelle sere d’estate la stessa piazza diventa un vero parterre dove la gente seduta ai tavoli, mentre discute amabilmente, sorseggia un bicchiere di birra o gusta un bel gelato.

Piazza del Popolo, con la sua fantastica scenografia naturale coronata dalla basilica di S. Sebastiano, è stata immortalata da grandi registi (Luigi Zampa, Franco Zeffirelli), ha visto recitare attori di grido, ha visto girare spot pubblicitari per circuiti internazionali. Accoglie gli sposi, da qualsiasi parte vengano, per gli scatti più belli da fissare nell’album del matrimonio.

Piazza del Popolo dava asilo e spazio a noi ragazzini di una volta (ma lo dà anche ai ragazzini di oggi) nei tardi pomeriggi invernali, quando, alla luce dei lampioni, si giocava alla bandiera, alla muta, a mani in alto, a cavallino attenti, a cacalinusa, alla scala, o pignu, a pallone; per Carnevale, poi, dava tutta sè stessa ai veglioni e ai botteghini del sottonovanta.    

Piazza del Popolo è stata testimone e vittima dei bombardamenti del 9 e del 10 luglio 1943 che a Palazzolo fecero centinaia di morti e incalcolabili danni in tutto il centro abitato: “Alcuni bambini giocavano correndo all’angolo del Corso e tre ragazze cominciavano a salire la grande scalinata… In quell’istante accadde qualcosa: Tutta l’aria incominciò a tremare impercettibilmente… trenta bombardieri americani apparvero a bassa quota contro sole… Erano le 18,15 del nove luglio” (G. Fava, 1993).

(Dalla terra dei Santoni – Il Blog di Nello Blancato)