Un Museo a cielo aperto per Palazzolo Acreide e il suo territorio

Piazza del Popolo: le attività lavorative negli anni ‘50 -‘60 e dintorni

piazza del popolo
Palazzolo Acreide – Piazza del Popolo

La vita sociale, politica, religiosa, economica della comunità palazzolese ha trovato e trova nella Piazza e nel Corso i punti di riferimento privilegiati. Di tutti questi aspetti intendiamo trattare quello economico legato a quel microcosmo di negozi e botteghe operanti in questi due nuclei strategici della città.

Per tentare di comporre il puzzle delle varie attività lavorative e delle maestranze che hanno contribuito a tessere la grande tela della piccola storia del paese, abbiamo preso in considerazione, in via meramente orientativa, il periodo a cavallo tra gli anni ’50 e ’60.

Queste note non hanno nessuna pretesa di un’analisi di costume ma vogliono semplicemente richiamare alla mente i siti, le botteghe, gli esercizi e i relativi mastri e gestori che hanno tenuto banco nel periodo su accennato e che, con il loro diuturno lavoro, con le loro virtù e manie, hanno lasciato un segno nella memoria di chi  ha vissuto quegli anni. Uno spaccato di ordinaria umanità, quindi, oggi scomparso perché passato a miglior vita o perchè inghiottito dalla società dei consumi, ma anche spunto per un doveroso omaggio a tanti onesti artefici della vita economica palazzolese.

Negozi botteghe e maestranze

L’arretramento nei primi anni ‘50 dei due prospetti che facevano angolo con via Bando, fece scomparire da via C. Alberto la bottega della Gionfridda, rinomata per la vendita di verdura locale (broccoletti, lattughe, indivia, amarissima cicoria selvatica). Era uno stanzone grande, disordinato e non propriamente asettico; al centro del casciabancu, però, splendevano come oro i piatti di rame della bilancia e nel manico della scopa si potevano leggere i nomi dei creditori scritti di proprio pugno da donna Marianna. Appresso, nell’altro prospetto avanzato, sul lato destro di via Bando, a Gionfridda aveva un magazzino dove erano depositate alla rinfusa centinaia di scope di curina. Girato l’angolo, a seguire, si affacciava sulla piazza la bottega dello stagnino-mascaru don Ianuzzu Tordonato con le due ante esterne della porta, cariche, a mo’ di albero di Natale, di cunculini, stagnati, cafisi, coppi per fichidindia, padelle, innaffiatoi, ecc. Dopo l’abbattimento dei vecchi prospetti, spuntò sulla piazza, al numero 2, l’osteria “Zazà” con entrata dal n.1 di via Bando Superiore. La gestiva, assieme alla moglie, l’ex cocchiere Salvatore Papa. 

Il civico 4 per un certo tempo fu sede di una agenzia giornalistica diretta da Armando Miano (poi giornalista  presso la sede RAI di Genova) e da Giovanni La Carrubba. Quest’ultimo più tardi vi aprì una rappresentanza di macchine da scrivere Olivetti. Dalle macchine da scrivere si passò ad Aldo Giardina con il Pibigas e relative cucine e fornelli. In seguito, lo stesso locale fu sede della DC la quale aveva la grande opportunità di fruire del soprastante balcone per i suoi comizi elettorali. Alla DC seguì il negozio di ottica Costa e quindi Paolo Toscano con la sala da barba. Al n. 5 un altro barbiere, don Mmicinzulu Pizzo, poi il figlio Turuzzu, quindi Corrado Savasta barbiere anche lui. Al n. 6 ancora un barbiere (Basile) e poi la salumeria Amodio specializzata in panini imbottiti arricchiti da un particolare salmoriglio.

Al n.7 l’edicola-tabacchi di don Paulieddu Muddura (Santoro); un vero porto di mare, questo esercizio, per grandi e piccoli. Con un solo braccio, il destro (il sinistro lo aveva perduto in guerra), riusciva fare quello che agli altri non riusciva con due. Sempre dietro il suo banco, con il camice color coloniale, don Paulieddu è stato uno dei punti cardinali di piazza del Popolo, l’icona del lavoratore onesto e instancabile. A quei tempi si fumava Alfa, Africa, Stop, Giubek, Macedonia, Serraglio, Edelwaiss, trinciato forte, sigari toscani che il buon don Paolo, senza pietà, divideva perfettamente in due con un colpo secco della sua mini ghigliottina. I ragazzi leggevano il Piccolo sceriffo, Gino e Franco, Tex, Tom Mix, il Monello, il Vittorioso, l’Uomo mascherato.

Al n. 10 ancora un’altra sala da barba gestita da Menu Gallo (Rizza) prima, da Carmelo Sbezzi poi e quindi da Paolo Leone per passare infine a Toscano prima di trasferirsi al n.4.  Al n. 11 c’era “La Farmaceutica” di Raffaele Marotta: profilattici Hatù, guanti di gomma, dentifrici Binaca, Chlorodont, spazzolini, mannite S. Giorgio, pastine glutinate, citrato, bicarbonato e affini. La vendita era limitatissima, il locale, piuttosto, era un “salotto bene” affollato tutti i giorni da gente come il dott. Cianci, il capitano Ventimiglia, don Minuzzu Magro, il dentista Tranchina, l’avv. Calendoli, l’avv. Sardo e altri. 

Il civico 12 per alcuni anni fu sede del Circolo universitario poi diventò tabaccheria sotto la gestione della famiglia Rizza-Cassarino e poi di Sebastiano Giliberto: “Dove ora c’è quella tabaccheria sulla piazza c’era il circolo universitario. Ci tenemmo solo una conferenza sui valori della resistenza ma finì a schiaffi. Convenimmo che era più divertente giocare a baccarà” (G. Fava, 1980).

Il numero 14 è stato ed è da tempo immemorabile la sede del “Caffè Sicilia”. Fino al 1940, questo bar fu gestito direttamente dal proprietario, Sebastiano Rizza, Capitanu, per poi arrivare nei primi anni ’50, attraverso diverse gestioni a quella attuale dei Calvo. Don Mmastinu u Capitanu con i suoi scherzi e le sue battute è stato per diversi decenni il burlatore numero uno di piazza del Popolo. Guai al malcapitato di turno, non aveva via di scampo: c’erano sempre pronti per lui uno scherzo o una battuta fulminante.

Al n. 15 la Farmacia Albano. Al n.16 la macelleria di Giovanni Peluso, e poi Michele Corsino e, finalmente, una nota gentile: i fiori di Mariannina Boccaccio.

Al n.18 la basilica di S. Sebastiano. Da tre secoli e più i due leoni di pietra bianca alla base della monumentale facciata barocca vegliano il tempio sacro e sono imperituri testimoni di tutte le vicende della piazza.

Al n. 19 c’era il caffè ro Bossu (Giovanni Bordieri). Era il ritrovo abituale dei nobili o pseudo tali, dei professionisti e di tutti quelli con la puzza sotto il naso. Tutta gente che consumava, soprattutto… il fondo dei pantaloni e quello delle sedie. Nei primi anni ‘60 “u Bossu” passò la mano ad un certo Interlandi di Siracusa, e poi gli successe Corrado Piccione. Dopo qualche mese senza re e senza regno, il 2 dicembre 1962 gli subentrò Francesco Blancato titolare del caffè-bar-pasticceria al n. 17 del Corso e costretto a lasciare i vecchi locali per fine contratto. Con la nuova conduzione l’ex caffè ro Bossu si svecchiò e si aprì a tutti: nobili decaduti e non, professionisti, artigiani, operai, giovani, studenti. Il bar, fra l’altro aveva la concessione della ricevitoria Sisal-Totocalcio e il Posto telefonico pubblico. La gestione Blancato durò fino al 12 marzo 1973 e attraversò in pieno i ruggenti anni ’60, gli anni dei juke box e dei flipper. Il locale attrezzato di un moderno laboratorio di pasticceria era pure fornito di una sala per il gioco delle carte. La stessa sala, corrispondente al civico 20, prima era stata adibita a ristorante (Lo Bello) e prima ancora era stata la sede della DC. A seguire al n. 21 c’era la salsamenteria Peluso.

Non possiamo, infine, non accennare alle sorelle Iaria, titolari dell’omonimo albergo in via S. Sebastiano n.1. Piccole, magre, ossute, rugose, sempre vestite di nero avvolte negli scialli con pizzi e merletti e con i capelli bianchi come la neve. Trascorrevano le giornate, una dopo l’altra, dentro, a pianterreno, dietro i vetri, a sferruzzare, a curiosare con gli spessi occhiali da miopi. Al n. 2, di fronte l’albergo, c’era la bottega del vulcanico don Mumminu Messina, macellaio per vocazione e loquace per natura.

Il Corriere degli Iblei, marzo 2005

(Dalla terra dei Santoni – Il Blog di Nello Blancato)