Un Museo a cielo aperto per Palazzolo Acreide e il suo territorio

Il Corso: le attività lavorative negli anni ‘50 -‘60 e dintorni (numeri civici pari)

corso vittorio emanuele 02

…si poteva trovare uno di tutto: zucchero a pezzi, scampoli di tela, posate, mutande, essenze per liquori, lenzuola, batterie da cucina, reggipetti… 

Negli anni ’50 – ’60 Palazzolo aveva il volto di un paese tranquillo, ordinato, pulito, popolato da gente serena, dignitosa, ricca di buon senso.

Le strade erano piene di persone mattiniere che andavano al lavoro, di venditori ambulanti che con le loro grida sapientemente modulate segnavano il risveglio della città; vie e viuzze non erano intasate dal traffico e dall’inquinamento (si pensi che il senso unico al Corso fu istituito solo nel 1969), i cortili erano salotti all’aperto dove nelle belle giornate i vicini di casa si sedevano fuori a prendere il fresco e a chiacchierare. Si aveva tempo per conversare dunque, per scherzare amabilmente tra amici, l’ansia non era ancora di moda e il Prozac era largamente usato solo negli Stati Uniti. Angilu Piturru, Tanu u Purcaru e altri “personaggi” del genere correvano su e giù per la Piazza e per il Corso ad inseguire i nugoli di ragazzini che li provocavano. Era un passatempo per i ragazzi e per loro, tipi stravaganti e diseredati che forse altro non aspettavano che di essere stuzzicati per potere “giocare” e sentirsi vivi  e partecipi anch’essi.

Quest’altra volta tocca ai numeri civici pari.

Negozi botteghe e maestranze

Al numero 2 del Palazzo comunale c’era la sede dell’ufficio “Poste e Telegrafi”, poi, per qualche tempo, il locale fu adibito a biblioteca comunale rimasta chiusa fin dal 1935. Al n. 4a, nel lato ovest dello stesso palazzo, restato a cielo aperto a causa dei bombardamenti del 1943, era aperta al pubblico l’arena Di Mauro (prima c’era stato il cinema Acre). Era l’epopea dei film di cappa e spada e di “arrivano i nostri”; Amedeo Nazzari imperversava con i film strappa lagrime: “Catene”, “Tormento” “I figli di nessuno” e così via.

Al n. 6, all’angolo di via Monastero, c’era donna ‘Nzulidda a Liuna. Gestiva, a modo suo, una sorta di emporio dove si poteva trovare uno di tutto: zucchero a pezzi, scampoli di tela, posate, mutande, essenze per liquori, lenzuola, batterie da cucina, reggipetti, farina, pettegolezzi, lutti, zitaggi, news dell’ultima ora. Al civico 8, al salone “Eden” di Sebastiano Caligiore proveniente dal n. 34, subentrò prima il tabaccaio don Turiddu Cappellani e poi don Angiulinu (Trigila) con la sua salumeria: buono come il pane, don Angiulinu, rispettoso, paziente, generoso nelle pesate.

Al n. 12 la cartoleria-abbigliamento e intimo di don Michelangelo Bordieri, coadiuvato dalla moglie signora Elvira, modista: tutta roba di qualità, carte, stoffe e merletti. Al 14, al negozio di mobili “Lorefice”, seguì, proveniente dal 22, don Gatanu Rizza (Rizza Mode): confezioni, cappelli, pullover, camicie, profumi, tutta roba di qualità anche la sua. Il civico 16 per qualche tempo fu la sede della FUCI, poi dei Coltivatori Diretti. Al n. 18 fu impiantato un bar, il  bar “Luca” (dal nome del proprietario, originario di Solarino), diventato poi “u cafè re massari” eper la categoria di clienti che lo frequentava e per l’origine contadina del nuovo gestore (Infantino). Il locale, in seguito accorpò pure il civico 16per diventare infine“Bar del Corso”.

Il 20 per diverso tempo fu sede della sezione locale del PCI. Poche le riunioni di partito, quotidiane e a pieno regime invece quelle dei piccoli comunisti-clienti intenti a giocare ai bigliardini di calcio-balilla affidati alla custodia del compagno Pantano, un vecchiettino striminzito e un po’ cerbero capace di tenere a bada tutti i ragazzini che giornalmente su riunivano al tavolo del calcetto. Dal PCI si passò poi al PSI. Al 22 dopo il trasferimento di Rizza al 14, ci andò  Filippo Pannuzzo con la sua trattoria, quindi don Turiddu Cappellani con il tabacchino che poi passò la mano a Paolo Nitto in società con il cognato Loligato. Al 24 la farmacia Farina. Il farmacista, il cav. Alfredo (per farsi servire subito bastava dargli del “voscenza sabbenerica cavalieri”; dal farmacista Lombardo, invece, bastava semplicemente accendere una sigaretta e si aveva precedenza assoluta), con i capelli a spazzola e armato di pestello mortaio e bilancina, era sempre intento a preparare nel retro farmacia medicamenti galenici (l’armadietto dei veleni con il teschio in evidenza era l’attrazione principale per i ragazzini) a base di aloe, socotrina, carbonato di ferro, saccarato, ipecaucana. La stessa cosa faceva il farmacista Lombardo in via Garibaldi, in più quest’ultimo era però armato anche di penna calamaio e pizzini sempre macchiati d’inchiostro fresco.

Il n. 26, l’ex chiesa della Maddalena, fino al 1957 fu sede del Banco di Sicilia; poi subentrò un negozio di abbigliamento (signora Rosa Infantino) e quindi la succursale della concessionaria Fiat “Autosud”, seguita dall’autosalone di Paolo Bonaiuto. Il blocco di locali, corrispondente ai numeri 28, 30 e 32, prima che venisse demolito per far posto alla nuova sede della banca (stilisticamente non armonizzata con i vecchi palazzi ricadenti sul Corso), ospitava la bottega del calzolaio Nunzio Materazzo, il negozio di radio tv ed elettrodomestici di Casamichele e alcune abitazioni private (prima ancora c’erano stati la Società Operaia Vittorio Emanuele fino al 1926, l’orologiaio Quattropani e il gioielliere Lo Monaco, nonno di Oscar Furnari).

Al 34 c’era il salone Eden di don Mmastianu u succarmunu, poi vi passò il salone Roma di Infantino (u surdu) che accorpò anche il 36.  Al n. 40 Paolo Fazzino (Camillu), calzolaio. Al 42 prima don Cicciu Pastasciutta (Lombardo) con l’agenzia delle macchine da cucire Pfaff e i corsi di taglio e cucito per signore e signorine, poi diventò abitazione privata (Sillitti), poi arrivò il coiffeur siracusano Umberto. Al 44 c’era il “Salone Verde” di Bordieri: elegante, raffinato, lussuoso e americaneggiante (il titolare era rientrato dagli USA); poi diventò oreficeria con Paolino Casamichele. Il 46 e il 48, di solito, erano locali utilizzati dalla famiglia Tranchina. Il 48 per un certo tempo fu la sede del “Consorzio di Bonifica Falabia – Castelluccio” per la gestione dei fondi regionali assegnati a tale contrade.

Il 50 fu sede del partito Liberale e posto di ritrovo per i ragazzini amanti del biliardo con i funghetti; badante: il buon Paolino ‘Nguanti. C’era anche una saletta appartata dove alcuni patiti tiravano di box. Si entrava da ronco Cappellani. Poi, arrivò l’Ufficio Postale e i balconi alla monacale aggettanti sul Corso diventarono porte anticipando il civico 50 toccante alla Società Operaia Vittorio Emanuele che in effetti (per evitare una nuova numerazione) dovrebbe essere contrassegnata dal 50b.  

Il 52, prima fu sede della Democrazia Cristiana (erano i tempi di Graziano Verzotto) poi vi passò ‘Nzino Lozito, oggi al 19. Il 54 ha ospitato il solito e onnipresente Paolino Casamichele con negozio (manco a dirlo) di radio tv ed elettrodomestici, poi la signora Infantino con negozio di abbigliamento proveniente dal n. 26, poi Salvatore Azzaro: idrosanitaria e mattoni di ceramica. Al 58 c’era la bottega di alimentari della Rausana (Laterra); in seguito Tanuzzu Fiducia aprì una agenzia di viaggi e di assicurazione, poi si ritornò ai generi alimentari. Al 60 la bottega di calzolaio di Giuseppe Ragusa (Cucciarieddu). Al n. 62, lo stesso gestiva un negozio di scarpe e di materiale elettrico. Al n. 66 un’altra bottega di generi alimentari.

Il n. 70, all’angolo con via Lombardo, partito per l’Argentina il calzolaio Giuseppe Ferla, diventò sala da barba prima con Trombadore, poi con Paolo Calabrese (Scalabrinu) e infine con Tinè (cardiddu).   

Il Corriere degli Iblei, maggio 2005

(Dalla terra dei Santoni – Il Blog di Nello Blancato)


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