Un Museo a cielo aperto per Palazzolo Acreide e il suo territorio

Memorie

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AKRAION, la moneta di Akrai

I bambini hanno bisogno di calore umano, gli anziani abbiamo bisogno di amicizia, tutti abbiamo bisogno di amore. Il freddo e ‘ pungente, lo senti nelle ossa, il cielo grigio grigio senza sole, la natura si riposa, muore per rinascere. Così nella nostra fede, così nella nostra terra. Isola di biade, di ulivi e di frumento, paese dai lunghi inverni, che mettevano a dura prova uomini e animali. Le monete di Akrai, le più antiche risalgono al tempo del re Ierone, il re che fece costruire un suo palazzo anche da noi, sul colle alto alto, dove gela sempre d’inverno e a fare la discesa non sai come ripararti e quando soffia la Tramontana avresti desiderato non essere mai uscita. Mio nonno si copriva con uno scialle di lana ricciuta nero e andava. Mi porti con te? Vieni ca ti miettu sutta o sciallu. Salivamo dagli Scalilli, le mie gambette si intrecciavano con le sue, e non vedevo nulla, camminavo zigzagando con il suo passo veloce, mi sentivo bene, protetta, amata e sarei andata ovunque con lui. Sentivamo tanto freddo, come i pulcini, ci mettevamo attorno al braciere, il profumo del pane arrostito, l’uovo che cuoceva sotto la cenere, le olive nere, il grasso della salsiccia che sfrigolava. Fuori pioggia e gelo, dentro tutto il nostro bene. Andavamo a scuola veloci, i nasi sempre rossi, le mani violacee nonostante i guanti. E i campi dormivano, il terreno gelava e si copriva di neve, la pioggia inondava il cortile della scuola e i vetri si appannavano con i nostri fiati. Era veramente freddo l’inverno, ma ce la facevamo sempre. Le monete di Akre portano l’immagine di Cerere, eravamo agricoltori e si viveva dei prodotti della terra. Akre batteva moneta, era una colonia importante, quando fu assoggettata dai Romani perdette i suoi privilegi di città libera, perché lotto’ fino all’ultimo per la sua libertà. Siamo rimasti un pochino così, di dura cervice, e quando, dopo l’Unita’ d’Italia, si festeggiava con un corteo e tanto di ritratto del Re, un tale non si tolse il cappello, “Viri cu passa” , fu il grido che si levò, ma resta pur sempre un gesto che rappresenta anche la nostra comunità. E le donne fecero la loro parte quando il prezzo del grano, a meta, era troppo alto. Ora cerchiamo il calore di un saluto, di un’amicizia, di un affetto. Siamo come i bambini, come quando eravamo bambini accanto al braciere. E ci piaceva il fuoco rosso, acceso, forte…vedo andare il mio piccolo giovane e mi ricordo di mia madre che ci accompagnava con lo sguardo fino ad un tratto di strada, e penso alla gioia dello stare in famiglia, come in un nido, il tepore dell’amore, che i nostri cari non possono né avere né condividere e credo che ci sia toccata una fortuna grandissima, quella di avere una casa palpitante di affetti, un paese che ti accoglie e ti aspetta come persona amata, un ambiente che tu conosci in tutte le sue sfaccettature più belle e meno belle.


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