Un Museo a cielo aperto per Palazzolo Acreide e il suo territorio

La “Storia dell’uraganu” del 24 ottobre 1872 a Palazzolo

La Specola d’Inghilterra conobbe che dovea succedere un terribile uragano nelle nostre sicule contrade, e ne avvisò i Prefetti… ”

Così registrava il cappuccino palazzolese P. Giacinto Farina nel suo manoscritto “Selva di notizie storico tradizionali di Palazzolo Acreide”. E l’Osservatorio astronomico inglese aveva previsto bene;  infatti da lì a qualche giorno, esattamente alle 21,15 del 24 ottobre del 1872, nelle contrade di Palazzolo, accaddero dei fenomeni “assai spaventevoli”.

In realtà si trattò di una tromba d’aria di eccezionale violenza e dagli effetti devastanti che per i Palazzolesi passò alla storia come l’”Uragano” del 24 ottobre 1872, disastro vissuto in prima persona e minuziosamente registrato dal frate cappuccino: “Sarà memorando il giorno 24 di questo mese pei secoli avvenire. Giacchè un uragano terribile lasciò nelle nostre campagne e nel nostro Paese orme incancellabili che i nostri tardi nipoti vedranno con ispavento. Egli venne da Libeccio-Ponente portando seco la devastazione, lo spavento e la morte. Eran le due ore di notte quando si viddero in cielo 3 colonne di fuoco fra un nugolone sopra la Pinita, che da quell’ora cominciò non a balenare, ma a lampeggiare senza alcuna interruzione, continuamente con un rumoreggiare indefesso che apportava un brivido ed un ribrezzo anco senza avvertirlo.

Questo fenomeno durò da circa a tre quarti. Indi cominciò il vento turbinoso che pare schiantare il Convento Cappuccini, ove io era: e all’istante si udivano scagliarsi nelle fabriche, e nei tetti turbini di tegole e pietre di altri luoghi. Dopo poco sembrò per un istante tremare tutto il Convento e scaricarsi su noi una turba di Demoni, che parea voler tutto involare. Io dal corridoio e un frate da dentro una stanza ci tenevamo forte con le mani facendo catena. Mentre spalancate tutti i fenestroni piovevano dentro e fuori macerie di tutti i modi: Pietre, legni, tetti, campanile, scala, campana del Convento, ecc. ecc. si precipitavano orribilmente… Fu un secolo di morte quel momento, e fu un’idea d’Inferno.

Cessato ed il pericolo, e lo spavento, uscimmo dal convento per amministrare alla gente qualche soccorso temporale o spirituale. Il 1° spettacolo fu vedere all’oscuro il nostro campanile e a terra. Con difficoltà tra tanto ingombro trovammo il mezzo di uscire. Usciti fuori restammo spaventati nel sentire pianti, voci, gridi orribili da tutta gente esterrefatta – Al vederci vivi e sani fu una gioia ineffabile. Ci siam consolati gli uni e gli altri, ma era videre miseria: per dovunque macerie, tegole e tetti…Fra le lagrime ed i singhiozzi ci siamo portati alla chiesa di S, Sebastiano e trovammo tutto il piano ingombrato di pietre: la terza parte della facciata a terra, i muri dell’orto del Monastero a terra, case a terra, il veterano albero di faggio a terra dopo tanti secoli! Ma il luogo dell’agone marziale fu la Guardia, borgo novello. Ivi l’uragano sviluppò tutta la sua potenza, e atterrò Teatro, Case, e Palazzi e seppellì vivi quegli abitanti: n. 32 restarono vittima. Venne tosto la truppa di Siracusa per aiutare, onde disseppellire i cadaveri e sgombrare la via…”.

In merito al Teatro di cui sopra (si trattava del Teatro comunale che portava il nome di Vittorio Emanuele II e che era ubicato nella piazza della Guardia dove oggi sorge il palazzo della Pretura che dà il toponimo alla piazza stessa), si racconta che quella stessa sera doveva aver luogo la  rappresentazione della “Traviata” da parte di una compagnia di Catania con al seguito tutti gli orchestrali. Sennonché, la mattina dello stesso giorno la prima artista si ammalò e lo spettacolo fu rinviato, e: “…quando successe l’Uragano, era proprio quell’ora, in cui tutta la nobiltà e sapienti del paese dovevano essere ivi… Oh Dio! Porta un ribrezzo il pensarlo!!…”. (P. G. Farina, Selva…). 

Giovanni Tedeschi, un estroso cronista locale, che ancora negli anni ’50 del secolo scorso riuscì a raccogliere alcune testimonianze orali tramandate di padre in figlio, aggiunse altri gustosi particolari: “Ad accrescere il terrore di quella notte infernale concorsero non poco le campane della Chiesa di Palazzo, che di tratto in tratto squillavano dondolate dal vento e tutti credettero alla fine del mondo implorando misericordia e perdono a Dio e ai Santi! Dalla finestra sovrastante detta Chiesa si affacciò Padre Antonio, in odore di Santità. Teneva in mano il Messale aperto che leggeva. E ai corpi danzanti nell’aria, presi per diavoli da quel santo uomo, faceva segno con la mano di allontanarsi dal paese. Poi gridò: Vade retro, Satana. Fu allora che la tromba d’aria si spostò verso il quartiere Guardia e si allontanò. Miracolo? Il caso?… ”. (G. Tedeschi, Il Calvario di un’Anima, 1957).

balconata Palazzo Caruso

In effetti la tromba d’aria si formò in contrada Pinita – Scifitelli e da lì piombò in paese dirigendosi prima verso il vecchio camposanto di Colleorbo, poi passò per Palazzo, per il Corso, sfasciò il convento dei frati cappuccini, quindi “si spostò verso il quartiere Guardia” e zigzagando colpì il quartiere di S. Antonio e per ultimo, passando da Fontanasecca, lasciò il centro abitato per dirigersi verso la valle dell’Anapo. P. G. Farina, con il suo italiano stentato e infarcito di termini dialettali locali, si sofferma ancora a descrivere gli strani fenomeni che si verificarono in quella notte di tregenda : “Due tetti di due case volarono e posarono in terra uno sopra l’altro… due tetti alla distesa posarono nel nostro atrio… un bastone trovossi infilato in 5 pale di fichi d’India… due canne di tela furono trasportate in Cassaro… una canalata di zingo di mia sorella fu trasportata in Buscemi… Una mia grasta con due alberetti di palma fu trovata nel bosco  Giannavì… una chicchera con la sua sottocoppa dalla casa dei signori Calleri posò sopra un cornicionetto…”. (P. G. Farina, Selva…).

Molti edifici pubblici crollarono, crollarono pure i muri di cinta del cimitero di Colleorbo, il neonato quartiere “Guardia” (le prime abitazioni furono fabbricate verso la fine del 1863) divenne un cumulo di rovine e incalcolabili danni furono arrecati alle campagne circostanti. Più di seicento famiglie rimasero senza tetto e altrettante si trattennero a loro rischio nelle case pericolanti. In quella occasione si distinse per generosità il palazzolese padre Giovanni Maria Calendoli (inventore, fra l’altro, della “Simultanea Calendoli”), monaco dell’Ordine dei Domenicani. Costui si prodigò in tutti i modi per aiutare i tanti concittadini colpiti dal disastro. Raccolse dei fondi nelle città vicine e improvvisò dei refettori in quattro punti strategici del paese per sfamare tutti gli sfortunati rimasti senza tetto e senza pane.

Le 32 vittime furono sepolte in una chiusa nei pressi dove, nel 1889, sorgerà l’attuale cimitero di Palazzolo. I danni materiali, calcolati dall’apposita “Commissione per i danneggiati” costituitasi appena due giorni dopo il cataclisma, fu di circa un milione e mezzo di lire. Fu sospesa pertanto l’esecuzione di tutti i lavori pubblici deliberati nel Bilancio 1873 “fino a che non si sia provveduto ai lavori più impellenti e necessari” e fu data facoltà al sindaco cav. Guglielmo Messina di “fare talune spese per le gravissime conseguenze dell’Uragano” (Archivio Comunale di Palazzolo A.).

“STORIA DELL’URAGANU”

Esattamente un anno dopo il cataclisma, il 22 ottobre del 1873, il nostro cappuccino compose un’accorata elegia di 26 quartine, a sfondo moralistico, questa volta in un siciliano strettamente ispirato alla parlata locale. Egli si rifà a quel concetto che la Chiesa, all’epoca, aveva saputo radicare profondamente nel cuore del popolo, e cioè che l’eresia, la superstizione, i traviamenti sono crimini contro Dio e pertanto espongono gli uomini e le città alla collera celeste, alla carestia, al colera e a cataclismi vari qualora  gli errimi (orribili) piccati non venissero subito rinnegati e cancellati.  

1
“O populu Cristianu
Campa devotu e piu,
Si tu nun vuoi soffriri
Qualchi castiu di Diu.

2
Campamu spinsirati,
Comu un ci fussi infernu
Ni pari c’amu a stari
Cca nterra pri n’eternu.

3
Ma Diu si fa sentiri
Da nui di tantu ‘ntantu
E allura n’attirriemu
E siemu tutti scantu.

4
Di Palazzolu un fattu
Sintitimi cantari,
Ca Diu a tutti quanti
Ni pozza liberari.

5
D’uttuvuru a vintiquattru
Apparsi un nuvuluni
Versu dui uri e mezza
lampiannu in ogni agnuni.

6
Trunava cupu cupu
Comu timpesta in mari
Ognunu si arrizzava
E nun sapia chi fari. 

7
Scuppiaru lampi e trona
Di chiddi mai sintuti
Chi tutti impallidiru
Rimasinu alluccuti.

8
Scattiau l’ura signata
L’Infernu si scatina
Un turbini Uraganu
Purtau na gra ruina.

9
Paria lu celu aprirsi
La terra subbissari
Trimava la natura
Comu si fussu un mari.

10
Grannuli, ventu ed acqua
Fulmini trona e fuocu
Demoni scatinati
Facianu festa e giocu

11
Ddu ‘nfernu spavintusu
Scippau e tetti, e porti
Paria nda ddu mumenti
Di siri tutti morti.

12
Vulavunu li petri
Pri l’aria comu auceddi
Di li palazzi e casi
Facianu maceddi.

13
Già tremanu li Chiesi
Si spaccanu ‘ntra nenti
E mustra Sammastianu
Li granni suoi spaventi.

14
Lu Campusantu a terra
Li morti fora scieru
Li petri du Teatru
Pri l’aria si ni jeru.

15
Dda sira fu pri pocu
Li scufii e li mustazza
Murianu comu surci
E si pirdia la razza.

16
Cerzi ed olivi e nuci
Pri unni passau dd’Infernu
Vularu cu li radichi
Nè tornanu in eternu.

17
Cadiu lu favaragghiu
ed ammazzau alcuni
Dall’autu na campana
Ristau a pinnuliuni.

18
Lu stissu Munasteru
Ni parsi ca spiriu
Li santi Munacheddi
Ristaru a lu scampìu.

19
La Chiesa Cappuccini
Cu l’ortu e lu Cunventu
Lu campanaru a terra
Facianu gran spaventu.    

20
Tuttu  è tirruri, e chiantu
Dda notti spavintusa
Circannu morti e vivi
Tra fossa, e tra pirtusa.

21
Purtavunu un tirruri
Vidiri squadri squadri
Madri dicennu: Figghi!
Figghi dicennu: Madri!

22
Gesù Sacramintatu
Di dui Chiesi si n’ju
Ni parsi ntra du stanti
Lu munnu chi finiu!

23
Già Palazzolu chiangi
Treantadui figghi persi:
Ed un miliuni e menzu
li mura persi persi.

24
S’alza nu monumentu
Ntra un luogo dda’ vicinu:
Cu passa guarda e leggi
E piangi lu mischinu 

25
Finìsciu e ccà vi avvertu
O vui ca mi scutati:
Livativi, livativi
Chiss’errimi piccati. 

26
Si nò aspittati ancora
Un Uraganu eternu:
Di zulfu, fuocu, e pici
Chistu sarà l’infernu.”

Già alcuni mesi dopo il luttuoso evento, esattamente nel maggio del 1873, grazie all’iniziativa e al contributo del notaio Francesco Italia unitamente alla pietà popolare dei concittadini, fu eretta una croce in ferro lungo la  via Nazionale (a quell’epoca “Rotabile per Siracusa”) all’ingresso di Palazzolo dalla parte del quartiere Guardia, la zona più colpita dalla tromba d’aria. Fin dal paleo cristianesimo le croci assunsero un valore altamente simbolico. Oltre che nelle chiese apparvero sulle porte delle case, e lungo le strade e i crocevia (ritenuti luoghi critici, inquietanti, di smarrimento), anche sotto forma di edicole, per onorare Santi e Madonne, ma per ricordare anche avvenimenti sacri o tragici, grazie ricevute, per propiziare il buon esito dei raccolti. Nella credenza popolare cattolica, in seguito, assunsero pure valore di forte agente apotropaico efficacissimo contro le forze demoniache (demoni scatenati vengono chiamate queste forze dal menzionato P. Giacinto).

Anche i Palazzolesi, quindi, per l’occasione non si sottrassero a questa  arcaica tradizione e per sacralizzare lo spazio vollero erigere la suddetta croce in ferro su un’edicola (mistieri) con nicchia in pietra intagliata che fa da piedistallo e sulla quale è ancora appena leggibile la seguente incisione: S.X.P.Q.R. (Salva, Christe, Populum Quem Redimisti).

Questa croce assieme a quella di Colleorbo, di Palazzo e dell’Ebraida esiste ancora, le altre (Costa, Spirito Santo, ecc.) sono scomparse da tempo.

Per rimanere ancora al tema della credenze popolari e della particolare carica magico – sacrale delle croci, a Palazzolo e altrove, come riferisce Serafino Amabile Guastella prima e Antonino Uccello dopo, chi bruciava i gioghi dell’aratro, ritenuti sacri perché sacre erano considerate le mucche, e chi uccideva gatti, in punto di morte avrebbe avuto un’agonia difficile e dolorosa. E allora per liberare l’anima del moribondo, un parente o un amico si doveva recare in tre ingressi del paese dove sorgevano edicole con le croci in ferro e gridare a squarciagola il distico che segue: Iva arsi e-gghiatti auccisi: scissi (u tali) ri stu paisi! (Gioghi arse e gatti uccise: esca tizio da questo paese!). 

I SIRACUSANI, bimestrale di storia arte e tradizioni, settembre-ottobre 2003