Un Museo a cielo aperto per Palazzolo Acreide e il suo territorio

Il custode della memoria

La Siciliana nuova

Ho conosciuto Antonino Uccello a Palazzolo nell’inverno del 1970. Con alcuni amici s’era pensato di tenere per il giorno di capodanno una marcia della pace con un sit in. Eravamo una ventina di giovani. Abbiamo “marciato” per le vie del paese, fermandoci in piazza sotto l’albero di Natale, scelto polemicamente a simbolo del consumismo dilagante e omologante. Siamo rimasti là tutta la giornata, leggendo poesie col freddo che diventava sempre più insopportabile. Era con noi Antonino Uccello, “u prufissuri”, come sempre da allora lo avremmo chiamato. Ci aveva dato dei testi di poesie sulla guerra del Vietnam, fra cui quelle del poeta Vo Van Ai. Le leggemmo ad un pubblico sparuto. Uccello stette con noi tutta la giornata. Era un piccolo uomo dai capelli candidi come neve, gli occhi irrequieti, mai fermi, un po’ come era lui, che parlando saltellava qua e là, da sembrare un passero infreddolito. Poeta, ricercatore di tradizioni popolari siciliane, uomo politico per passione: lo sentimmo subito a noi vicino, perché profondamente diverso dagli altri intellettuali del paese, testardamente attardati in una cultura che aveva da tempo perso i contatti con la vita; diverso e distante anche da quel mondo delle auree e inutili accademie universitarie.

Quella manifestazione fu una provocazione, nello stile di Uccello, abituato a battaglie minoritarie e giuste. A sera ci invitò a casa sua: un palazzo signorile del quale si sapeva in paese che era stato il luogo di un efferato delitto e dunque tormentato dagli spiriti. Uccello raccontava divertito la storia della sua casa e del prezzo davvero basso che gli era costata. Intuiva che qualcuno di noi si chiedeva che ci faceva un uomo di sinistra in un palazzo signorile. Ma l’impressione di una contraddizione fra il credo politico e la casa signorile da lui abitata cadde presto, almeno fra i più sensibili di noi, rivelandosi superficiale e moralistica, quando ci si rese conto che quella era una casa tutta speciale, un luogo di memorie collettive gelosamente custodite e scientificamente studiate: Uccello non poteva che abitare un luogo simile.

Sul tavolo erano sparsi in un “disordine” lavorativo oggetti, libri, riviste. Alle pareti erano appesi i quadri dei suoi amici pittori: Zancanaro, Treccani, Guerricchio… Ad una parete erano appesi alcuni pupi siciliani. Altri oggetti erano esposti nelle vetrine e sopra i mobili d’epoca: presepi, ex voto, sculture popolari, ma la gran parte degli oggetti erano imballati in attesa della sistemazione in museo.

Fu in quell’occasione che cominciai a considerare in modo diverso gli oggetti della cultura popolare, che una certa scuola mi aveva quasi obbligato a vedere come una meccanica ricopiatura dell’arte maggiore, come una volgare decadenza culturale.

Certo, i racconti e il colloquiare di Uccello, continuo e senza sosta, resero il cibo e la serata del tutto speciale: la salsiccia e le olive, il vino nero di Pachino, che Uccello chiamava il sangue di Cristo, sembrarono il pasto di un principe.

E quella mensa era davvero quella d’un Gattopardo. D’un principe alla rovescia però, che esprimeva un mondo agli antipodi del mondo gattopardesco: un contraltare alla Sicilia feudale in via di estinzione o alla Sicilia mafiosa, quella su cui si attardava con corrosivo pessimismo Sciascia.

Il mondo fantastico di Uccello era quello dei “suoi” contadini e pastori; il suo raccontare per “parabbuli” era proprio quello d’un saggio contadino ibleo.

Fuori il freddo era di quelli che ti penetra “nne cannedda i l’ossa” (dentro il midollo delle ossa). La signora Anna entrava e usciva dall’attigua cucina, luogo di alchemiche misture, con nuovo e fumante cibo e vino spillato da una botte misteriosa, che era di quelle destinate a non esaurirsi mai, proprio come la botte detta di San Cirrannu. Appariva e spariva con quel procedere leggero e discreto, quasi che anche lei avesse imparato a volare, come il marito. Cosa sarebbe stato Uccello senza una donna così leggera al suo fianco, così disposta a volare con lui!

Ripensai un attimo, che fu una vita, alla mia vecchia casa, abbattuta da poco per costruirne una nuova. A quella casa dove il buio dietro ogni porta ti faceva immaginare chissà quali mostri e folletti; dove t’aspettavi saltar fuori un diavoletto cornuto, dispettoso e infame, trascinarti in luoghi inenarrabili, senza ritorno. Ad ogni tuono che pareva scuotere dalle fondamenta la casa ti rannicchiavi sulle ginocchia di qualche adulto della famiglia, salmodiante l’interminabile rosario, mai tuttavia portato a termine per il tradimentoso sonno che afferrava la nonna corifea, mentre qualcuno ridestava l’ultima brace del focolare, “a conca”, luogo del fantasticare e del favoleggiare, ancestrale simbolo di unità familiare.

Rifare la casa significava per tutti rifarsi una vita. Ma la nuova casa, bianca al ducotone, con le luci ad ogni angolo, allontanava con il cattivo passato anche quel qualcosa che non appartiene all’ordine delle cose materiali: la memoria. Con il diavoletto della nostra infanzia si espellevano le radici comuni, la nostra cultura. Nessuno volle accendere il fuoco nel vecchio braciere, poiché era sconveniente nella nuova casa: oggetto inutile e d’impaccio, divenne qualcosa di cui vergognarsi, simbolo di miseria. Sparì con le vecchie cose della casa: era come scrollarsi una colpa e invece spariva tutto un mondo. I morti non fecero più visita alla nuova casa, per recar doni – legame tra vita e morte.

Ma quella casa di Uccello, quel mondo in bilico fra mito e realtà, risvegliò ricordi sopiti di una infanzia troppo presto dimenticata: i giocattoli popolari (“u carrittulu” di legno col cavalluccio di cartapesta, la trottola “a saitta”, il fucile di latta) erano i giocattoli della mia infanzia, pochi, allora, ma tutti coincidenti con una tappa dello sviluppo infantile. Al contempo a livello di consapevolezza e di conoscenza quel museo in casa di Uccello conferiva dignità ad un mondo, che era stato anche il mio, fino ad allora marginale, anzi espulso, nella mia come nella coscienza di tutta una generazione, cresciuta e maturata all’ombra di radicali e quanto mai confuse contestazioni.

In quella casa gli oggetti, le cose, talora le stesse persone, erano avvolte come da un’aura magica, extratempo: oggetti usciti dalla loro funzione strumentale o simbolica originaria, ma non ancora vuoti segni museali. V’era in ciascun oggetto impressa una storia individuante, coincidente in gran parte con la ricerca di Uccello. Certo gli oggetti, estrapolati ormai, vivevano il distacco delle cose entrate nel mondo delle categorie mentali, purtuttavia attraevano per una sorta di fascino da incantesimo, per una vita conferita da un qualche demiurgo. Che poi erano gli oggetti testimoni di una civiltà nella fatica, nelle privazioni, nella fame, nelle paure, nelle ingiustizie; erano delle testimonianze, spesso polemiche, di tutto un mondo che da secoli reclamava giustizia e considerazione. A quel mondo Uccello diede voce, perché era il suo mondo.

I miei incontri con Uccello si fecero frequenti, diventando fruttuosa frequentazione, alla quale il sottoscritto deve tantissimo: a pochi infatti son concesse simili fortune.

L’incontro col “prufissuri” mi faceva capire che insufficiente era la lotta politica, condotta in favore delle classi subalterne, se questa lotta non è sostenuta da una cultura autentica, che consentisse di conoscere la realtà effettiva di quelle classi per le quali si lottava. Ricordo che molti vecchi e giovani comunisti ebbero una certa difficoltà a capire l’opera di Uccello. Vi fu chi lo accusava di passatismo e di esaltare un mondo di miseria e privazioni. Ma si trattò di poche persone, perché per il resto i consensi alla sua operazione di ricomposizione di un universo che ormai si esprimeva solo attraverso una preoccupante frammentazione di elementi in via di esaurimento, vennero e numerosi. Si avvertiva che quello di Uccello era un cosmos contrapposto ad un disordine triste e omologante risultato di un’operazione squisitamente e autenticamente culturale.

“Mundus” chiamavano i Latini quella fossa che ritualmente metteva in comunicazione vivi e morti e che periodicamente veniva aperto perché i morti visitassero i vivi. Tale era (ed è) il museo di Uccello: il passaggio, il ponte di comunicazione fra presente storico e memoria, perché senza memoria non si dà evento storico.

Personalmente mi rendevo conto che quel che la scuola mi aveva insegnato non era il risultato finale, ma lo strumento di conoscenza, che consentiva di studiare e comprendere quel mondo dei contadini e dei pastori, più in generale l’insieme della cultura delle classi non egemoni, tenuta ad arte lontana dagli studi aulici.

Si parlava spesso di autori e testi classici ed io stupivo per la familiarità che Uccello aveva con quel mondo, per la facilità di istituire confronti fra la civiltà contadina moderna e la cultura antica greco-romana. Ricordo una discussione sul mito di Demetra e Core, in cui Uccello citò a memoria il brano dove Demetra minaccia di sterilità la terra per il ratto di Core.

Uccello mi faceva capire che dietro il mito si nasconde la paura perenne dell’uomo di compromettere un equilibrio, nel caso specifico l’equilibrio naturale a causa dello sfruttamento dell’uomo della natura: nel mito si nasconde e si esorcizza una paura, una colpa. Il mito fu una costante nella ricerca di Uccello, sia esso il mito di Demetra e Core, ad esempio, sia esso il mitologema del Bambin Gesù, sia esso il grandioso scenario della morte e passione di Gesù. E i suoi pastori e contadini, protagonisti della sua ricerca, descritti nella nuda realtà del loro lavoro, erano più vicini agli antichi abitanti della terra di Sicilia, di quanto non lo fossero certe oleografiche e scontate immagini legate al classicismo retorico, di cui eravamo un po’ tutti contaminati.

Nacque dunque la casa museo. Uccello aiutava nei lavori di pulizia: anche questo faceva parte del suo stile di vita. Me lo ricordo saltellante fra una pietra in bilico ed una tavola precaria parlare senza interrompersi, se non quando qualche mano benigna recava gocce di quel nettare di miele chiamato “sanamalati”, un liquore ricavato dalla lavorazione del miele: anche questo uno dei tanti recuperi culturali non effettuato in vitro nelle accademie, ma esperimentato concretamente e divenuto patrimonio di tutti.

La casa museo fu un’esperienza irripetibile e straordinaria. Un capolavoro consegnato alle future generazioni, perché potessero conoscere e amare un mondo, che grazie all’opera di Uccello sopravvive se non realmente, almeno nella memoria. E non è poca cosa.

(tratto da “La Siciliana nuova” – Anno I – Numero 1 – Gennaio-Febbraio 1990 – pagg. 4-5)