Un Museo a cielo aperto per Palazzolo Acreide e il suo territorio

I parenti ricchi

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Ogni famiglia aveva i suoi parenti ricchi. I nostri abitavano in una bella discesa del centro storico e nella via Larga che sale da San Paolo. Ci andavamo su invito dai primi, e nelle feste dagli altri. Abitavano case belle, grandi, bei mobili, pavimenti di marmo, carte da parato alle pareti e quadri con cineserie ricamate. Si somigliavano le loro case, accoglienti, di persone benestanti. Per un matrimonio che si celebrò in Continente ci portarono un cestino di dolci tipici del luogo con una bottiglia di spumante in una scatola piena di pagliuzza variopinta. La signora era piccola, sempre elegante, ben pettinata. Prima erano bravi scalpellini, proprio bravi, e qualche bella facciata realizzata da loro resta in via Bando, oltre quella di palazzo Sardo in via San Sebastiano. Noi eravamo il ramo cadetto, per così dire, ma il mio papà per noi era un idolo. Lo guardavo disegnare sui fogli di cartone marrone i moduli per i mensoloni con foglie di acanto che sembravano vere. E noi eravamo tanto orgogliosi di lui. Lavorava tanto e si divertiva tanto, a modo suo, come in genere amavano fare gli uomini capricciosi di una volta. Ma era unico nel suo mestiere, i fiori, i frutti, le foglie uscivano per incanto dalla pietra morbida e dorata del nostro calcare per abbellire palazzi, cappelle gentilizie, restaurare chiese. Nessuno di noi ha voluto seguire la sua arte, bella, creativa, ma poco remunerata. E poi a Palazzolo, negli anni del dopoguerra, si preferiva abbattere e demolire il vecchio e l’antico per fare posto al moderno, più nuovo, più lineare…. meno costoso. Così cambio’ per sempre il volto della nostra cittadina. Sorsero edifici che oggi li impacchetteresti per non farli vedere. Le nostre case erano di ordini e di… odori diversi. Non mi piaceva andare in quelle delle mie amiche figlie di macellai, fanu puzza di biccumi, diceva mia madre, ma erano sempre con le pentole sui fornelli. I dolci più raffinati e perfetti li faceva la signora Lucietta. L’ ossa re muorti, con il cileppo perlato, la diavolina sopra, il ripieno sublime di mandorle, garofano e miele. In estate tutti facevamo i fichi secchi… Chi mangiu, pigghiti du ficu sicchi. Nemmeno per idea, non ne voglio, cominciava a circolare la Nutella della Ferrero. Ricordate il motto? Sono stato il primo, resto il migliore. I fichi li portavano nei panieri di canne, bianchi, dolcissimi, la pellicina strazzata, aperta. E i passuluna niuri. Li tagliavamo a metà, si stendevano ad asciugare sui davanzali o sui tetti. Poi, quando erano secchi, venivano lavati con la nepitedda e infilati a collane con lo spago. D’ inverno si riempivano di zucchero bianco, ma servivano a Natale pe ciascuna. Dolci poveri, fatti di nulla, farina, sugna, zucchero e vino. La sfoglia sottilissima si riempiva di fichi macinati , cannella, noci e garofano cotti nel miele. Quando i dolci uscivano dal forno paria ca ririeunu, fragranti , profumati, venivano riposti ne cannisci ri usa, coperti con un tovagliolo di pintu bianchissimo servivano per tutti, anche parenti e vicini. Vita bella e piccola di piccole comunità unite nella gioia e nella tristezza


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