Un Museo a cielo aperto per Palazzolo Acreide e il suo territorio

Una comunità di raccoglitori

Siamo una comunità di raccoglitori…. Raccoglievo le stagnole colorate delle uova di Pasqua, le lisciavo con le unghie, le mettevo tra le pagine e i loro colori mi lasciavano ammirata. Poi le violette profumate e i petali di rosa e tante figurine di storia, dell’ universo che incollavo sugli album e fremevo d’ansia quando aprivo le bustine comprate da Genoveffa o da Muddura. Le nonne tagliavano gli indumenti smessi in sottili strisce, le filavano e al telaio facevano i frazzateddi per sotto i materassi. Col filo delle calze e quello nuovo tessevano i paghiazzeddi per pulire il pane quando lo tiravano fuori dal forno. Ma i raccoglitori di professione erano altri. Andavano per campi a raccogliere cicoria. Noi borragine e finocchietto che bollito, infarinato e pepato si friggeva a frittata o in polpette. Mi piaceva raccogliere funghi, da noi nelle chiuse arate e bagnate dalla pioggia che ci sprofondavi fino alle caviglie, c’erano i funci ri pani cauru. Solitari, le cappelle color tortora, perfettamente mimetizzate con la terra. La gioia della scoperta, la borsetta che si riempiva, il gusto buonissimo dello spezzatino. La raccolta più intrigante era quella degli asparagi, in primavera tra i rovi bruciati spuntavano al primo sole. Gustosi, un regalo della natura, le mani si industriavano a raccogliere anche quelli tra i rizzogni più intricate, ed era un piacere portare a casa un bottino, anche se mani e gambe erano nsantu Lazzuru. E i mafalufi, dolciastri e gustosi, un appuntamento primaverile che non volevamo perdere. Guidati dai più bravi che sapevano dove andare, li seguivamo volentieri nella ricerca, mai sedentari, se non per le ore, tante, di studio. Un ritorno alle origini, agli uomini raccoglitori e cacciatori, questi no, non mi attrae per nulla la selvaggina. Tanti cacciatori a Palazzolo, partivano con i scupetti e i carnieri a tracolla, impagliavano anche gli esemplari più belli, come trofei di caccia… Vieterei le doppiette, detesto la violenza. Ci perdevo la testa su come il nostro amatissimo prof di greco potesse essere cacciatore. Perse tanti punti di ammirazione. Le verdure più saporite, aiti. La nonna I nnittava, con il sale stropicciava le foglie, le frantumava, le condiva con pepe rosso, pomodori secchi, olive e salsiccia e riempiva grandi mpanate che servivano per la famiglia per più di un giorno. I frutti si affacciavano sulle strade, lo fanno ancora dai pochi orticelli rimasti, erano e sono di tutti. Fichi gustosissimi, albicocche, ciliegie, limoni, il nostro paese ha conservato piccolissimi fazzoletti di terra nella cintura urbana. Hanno sfidato la cementificazione, danno un volto umano al nostro tessuto urbano. Proprio come quelle piccole case dei quartieri popolari, una porta, una finestra con i vasi di basilico, di menta, di garofani penduli. È questo il ricordo di un passato che dà vita ad un presente particolare, in cui ognuno di noi con una punta di orgoglio suole dire, Sono un palazzolese . Buona vita, paese mio, buona vita miei amici.


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